C’è qualcosa di profondamente vibrante quando le voci dei ragazzi salgono su un palco così carico di storia come l’Ariston. Non è solo musica: è racconto, è coscienza, è futuro che prende forma. L’esibizione del Coro DoReMi al Sanremo GEF ha avuto proprio questa qualità rara—quella di toccare corde intime senza mai perdere autenticità.
Guidati con sensibilità e fermezza dalla maestra Angela Romeo, i giovani coristi hanno dato vita a una performance intensa, compatta, emotivamente stratificata. La direzione è apparsa attenta non solo alla precisione musicale, ma soprattutto alla restituzione del senso profondo dei brani. Accanto a lei, la collaborazione musicale di Catia Ingrasciotta.
I testi inediti di Giacomo Sciaccotta, sostenuti dalle musiche di Gaspare Federico, hanno rappresentato il cuore pulsante dell’esibizione. Non semplici canzoni, ma vere e proprie narrazioni corali.
“Piccoli Eroi” è arrivato al pubblico come un pugno gentile: immagini forti, quasi cinematografiche—città che affondano, polvere che sa di violenza—ma mai fine a sé stesse. I ragazzi hanno saputo rendere tangibile quel contrasto tra fragilità e resistenza, trasformando il ritornello in un invito collettivo a guardare, davvero, negli occhi dell’altro. Non c’era retorica, ma una consapevolezza sorprendente per la loro età: quella che anche i gesti più piccoli possono diventare atti di coraggio.
Con “Io come te”, il registro si è fatto più intimo, quasi sussurrato. Qui la forza è stata tutta nella capacità interpretativa: i coristi hanno dato voce a chi resta ai margini, a chi osserva la vita da una distanza imposta da pregiudizi e barriere invisibili. Il tema della diversità è emerso con delicatezza ma anche con chiarezza, fino a sciogliersi in un messaggio potente: prima di tutto, siamo persone. E in quel “io come te” si è sentito un respiro comune, una promessa di inclusione autentica.
Ciò che ha colpito di più è stata la coerenza tra parola, musica e interpretazione. Nulla è sembrato costruito o artificiale. I ragazzi non si sono limitati a cantare: hanno abitato ogni verso, rendendo credibile ogni emozione.
Alla fine, gli applausi non sono stati solo un riconoscimento tecnico. Sono stati una risposta emotiva, quasi un grazie collettivo. Perché quando dei giovani riescono a portare sul palco temi così profondi—guerra, inclusione, speranza—senza perdere la leggerezza della loro età, allora sì, succede qualcosa di raro.
E forse è proprio questo il senso più bello della loro esibizione: ricordarci che il futuro non è un’idea astratta, ma una voce che canta. E, se ascoltata davvero, può insegnarci ancora molto.
Nota informativa I.C. Di Matteo
La Docente Vicaria
Maria Daria Calderone
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